Viareggio, la storia del mare è qui

di Lodovico Poschi Meuron

 

Mario Tobino le chiamava bastimenti di cammino, testa grossa e culo fino. Per i marinai erano semplicemente i barcobestia, imbarcazioni veloci e robustissime, che hanno solcato tutti i mari del mondo. Per capire il primato mondiale della nautica viareggina vale certo la pena fare una visita al Museo della Marineria, ospitato nello storico mercato del pesce Lungo Canale Est.

La storia comincia al tramonto dell’Ottocento, quando la Duchessa di Lucca Maria Luisa di Borbone impone ai viareggini il fermo pesca. Una decisone destinata a mutare profondamente il futuro dei suoi abitanti, che da semplici pescatori si trasformano ben presto in abili costruttori di barche d’altura. Nascono appunto i barcobestia, golette con tre alberi (albero maestro con vele quadrate, randa e controranda con vele auliche), capaci di strette rotte di bolina per trasportare uomini e merci nelle Americhe, in Asia e perfino nella lontanissima Australia.

IL MUSEO DELLA MARINERIA

Visitare il Museo della Marineria di Viareggio è come fare un salto indietro nel tempo. Qui, grazie ad un gruppo di volonterosi, si racconta una storia fatta di sacrificio, passione e ingegno. Qui sono conservati gli attrezzi da lavoro degli antenati degli operai della cantieristica, i cosiddetti maestri d’ascia. Artigiani del legno, maestri nella progettazione di navi sempre più avanzate. E con l’inaugurazione della Darsena Lucca, l’arte della marineria trova uno spazio in cui sbizzarrirsi. La tecnica cresce e si sviluppa, Viareggio getta le basi per diventare capitale mondiale della cantieristica.

L'EPOPEA DELL'ARTIGLIO

Viareggio sforna imbarcazioni, ma nello stesso tempo una generazione di coraggiosi palombari. Sono i sommozzatori degli abissi, pronti a immergersi a grandi profondità camminando sul fondo del mare alla ricerca di relitti. C’è un vecchio detto che recita “andare coi piedi di piombo”. Significa procedere con prudenza e circospezione, senza correre rischi. Da qui parte l’epopea dell’Artiglio, ammiraglia di una piccola flotta di navi che facevano da appoggio ai palombari.

La Torretta del Gianni

Erano quasi tutti viareggini. Un manipolo di uomini coraggiosi, che con le loro scarpe piombate - da 15 a 25 chili - sono stati protagonisti di vere e proprie imprese, grazie anche alle eccellenti capacità ingegneristiche di uno di loro: Alberto Gianni. Fu lui a realizzare modifiche alle attrezzature tedesche di cui l’armatore aveva l’esclusiva, rendendole più avanzate e sicure. Le invenzioni che permisero il salto di qualità furono la camera di decompressione e la torretta butoscopica, quest'ultima determinante per i recuperi ad alta profondità, allora ancora troppo rischiosi per i palombari dotati di attrezzature pesanti ed ingombranti. Grazie alla torretta, il palombaro che stava all’interno aveva una panoramica a 360 gradi del fondale e poteva dunque far calare i compagni e le attrezzature esattamente nel punto in cui servivano. E soprattutto a profondità mai raggiunte. Alberto Angela, quando ha visitato il Museo, ha paragonato le audaci imprese degli uomini dell’Artiglio allo sbarco sulla Luna.

L'INCIDENTE

Il 7 dicembre 1930 - durante un banale lavoro di sminamento sul relitto del piroscafo americano Florence, affondato durante la Prima Guerra Mondiale - l’Artiglio fu investito da una violenta esplosione e trascinato sul fondo. Nell’incidente morì gran parte dell'equipaggio, tra cui lo stesso Alberto Gianni.

I palombari dell'Artiglio

Ma questa bella storia non poteva fermarsi. Un anno dopo nuovi palombari viareggini salirono a bordo di un’altra nave, battezzata con il nome Artiglio II, che riuscì a portare a termine nella primavera del 1931 lo storico recupero del tesoro dell’Egypt, il piroscafo britannico affondato nelle acque di Brest. Laggiù, in fondo al mare, c’era da recuperare un tesoro inestimabile, in gran parte costituito da monete, barre e lingotti d'oro e d'argento. La missione venne acclamata in tutto il mondo e dette lustro e prestigio all’Italia, perché gli uomini con le scarpe piombate operarono ad una profondità per l'epoca ritenuta impossibile da raggiungere, grazie alla famosa torretta del Gianni calata a 130 metri di profondità.

Di oro e argento ne venne recuperato molto più di quello che era stato dichiarato sui diari di bordo: evidentemente il Comandante faceva contrabbando. Un inatteso regalo per la compagnia assicurativa dei Lloyds di Londra, che aveva già pagato il premio 10 giorni dopo il naufragio e che invece potè tenersi tutto il carico come era suo diritto, trasformando il risarcimento pagato in lauto guadagno.

LA LEGGENDA DEL CUORE DI SHELLEY

In una sezione del Museo si racconta anche una storia diversa. Una storia che inizia l’8 luglio 1822 quando Percy Bysshe Shelley parte da Livorno alla volta di San Terenzio di Lerici, a bordo dell’Ariel. Montava un forte vento di Libeccio, ma lui insiste per prendere il mare. La piccola imbarcazione fa naufragio poche ore dopo davanti alle coste di Viareggio. Solo 10 giorni dopo, il 18 luglio, il mare restituisce il suo corpo sulla spiaggia davanti alla folta pineta che si estendeva oltre la villa di Paolina Buonaparte. E per disposizione delle autorità, che temevano epidemie, Shelley viene sepolto nella sabbia e ricoperto da calce viva.

Qualche giorno dopo, la Legazione inglese chiede di poter riesumare il corpo per darne degna sepoltura. Ma l’ufficiale sanitario non deroga e allora salta fuori un compromesso: cremare il corpo e portare via le ceneri. È così che il 16 agosto del 1822 i resti di Shelley vengono esumati e bruciati su un rogo di aghi di pino, alla presenza della moglie, Mary Shelley, Lord Byron e altri nobili inglesi. Una cerimonia pagana che alimenta nella fantasia popolare mito e leggenda: si racconta che il cuore pieno di amore di Shelley non sarebbe bruciato insieme al corpo, resistendo alle fiamme per continuare a vivere accanto all’amata consorte, che se lo è portato anche nella tomba.

IL CANNOCCHIALE

Il 10 settembre del 1822 viene individuato il relitto dell’Ariel, a 15 miglia dalla costa viareggina, e recuperato parte del carico: un baule chiuso a chiave, diverse bottiglie, libri e vari oggetti di bordo, tra i quali anche il cannocchiale del poeta inglese, tutt’ora conservato nel Museo della Marineria.

Un luogo, parola di marinaio, di grande suggestione, autentico scrigno di cimeli, reperti e documenti, con oltre mille pezzisuddivisi in tante sezioni, in grado di regalare uno spaccato avvincente e inedito della storia di Viareggio.

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