THAYAHT, l’artista che scrutava i cieli della Versilia

di MIRKO SPINETTI

THAYAHT e la Versilia.

La prima tuta Made in Italy, un carro a vela che sfreccia sulla battigia, un macchinario per scovare gli ufo, una casa gialla sulla spiaggia di Tonfano. Non stiamo cercando di confondervi proponendo una lista nonsense su temi casuali, piuttosto vogliamo titillare la vostra curiosità preparandovi alla storia di questo numero.

Signori, signore e signor*, abbiamo il piacere di parlavi di un genio dimenticato del panorama artistico italiano del ‘900, Ernesto Michahelles, alias THAYAHT.

THAYAHT e suo rapporto con il Futurismo

Ernesto nasce a Firenze nel 1893, in una famiglia crogiuolo di identità, da madre anglo-americana e padre tedesco. Cresce in un ambiente ricco, artisticamente e non solo, e grazie anche al considerevole retaggio genetico che può vantare (il bisnonno era lo scultore statunitense Hiram Powers), debutta nel mondo dell’arte a 22 anni. Tommaso Marinetti lo arruola nel Futurismo insieme al fratello Ruggero Alfredo; da allora si faranno conoscere con i nomi di THAYAHT e RAM.

THAYAHT in tuta

Nel 1918 inizia a lavorare a Parigi nel campo dell’alta moda per la maison di Madeleine Vionnet e solo due anni dopo, insieme al fratello, inventa la TUTA, indumento moderno, versatile, pensato per essere realizzato in casa grazie ad un cartamodello, che verrà distribuito sul quotidiano «La Nazione». Sarà il boom in “tuta” Europa… e non solo, ma questa è un’altra storia. L’editing è tiranno e non abbiamo ancora citato la Versilia! Rimediamo subito.

THAYAHT e la Versilia

Fu a Viareggio nell’agosto del 1917, presso il Select Palace Hotel (ora Grand Hotel Principe di Piemonte), che THAYAHT fece l’amicizia di Djagilev e Massine, due famosi ballerini che gli faranno conoscere Madeleine Vionnet. Ed è sempre in Versilia, nella Marina di Pietrasanta di fine anni ‘30, che THAYAHT si rifugia nel suo buen retiro, la “casa gialla”.

La casa gialla al Tonfano

La dimora del Tonfano, ristrutturata secondo i concetti di funzionalismo e modernità, è già da anni studio e teatro della genesi delle opere dell’artista.

THAYAHT ama profondamente la Versilia, così ricca di dinamismo, che coglie nell’impeto delle onde e nello sferzare del vento. Ama la gente del posto, sincera e concreta.

La stessa gente che lo osserva un po’ stupita, ma anche divertita, mentre solca veloce la spiaggia sul suo “carro vela”, importando nel Bel Paese uno degli sport più comuni del nord Europa atlantico. THAYAHT ama i silenzi siderali della notte e il bagliore dei corpi celesti, così tanto da voler installare sul tetto della casa gialla i telescopi utili per descrivere e illustrare meteore, aurore boreali e altri strani fenomeni.

Il desiderio più grande resta comunque quello di poter conoscere ciò che è nascosto agli occhi ma nudo alla mente. Fin da giovanissimo si era avvicinato al mondo dell’esoterismo, entrando in contatto con personaggi emblematici, come il teosofo indiano Jiddu Krishnamurti, considerato da molti occultisti incarnazione del Buddha Maitreya.

Il primo ufologo che scrutava i cieli della Versilia

Questa è l’anima del genio, divisa tra ossessione per i prodigi della tecnica e attrazione verso le cangianti sfumature dell’anima. Madeleine Vionnet conosce bene questo lato dell’amico e gli invia una serie di articoli sugli avvistamenti di “dischi volanti” ed esseri umanoidi verificatisi in Francia negli anni ’50. Sarà la scintilla che porterà THAYAHT a diventare uno dei primi ufologi al mondo e a fondare in Italia, nel 1954, il Centro
Indipendente Raccolta Notizie Osservazioni Spaziali, che ha sede nella sua nuova abitazione a Fiumetto.

Qui è dove passa il tempo ad indagare l’ignoto, documentando gli avvistamenti dei testimoni oculari, elabora teorie sull’energia dei meridiani lungo i quali si muoverebbero gli UFO e progetta strumentazioni che rilevano variazioni nel campo magnetico per segnalare l’avvicinarsi dei dischi volanti.

Le ricerche si interrompono nel 1959, quando THAYAHT muore a Marina di Pietrasanta all’età di 66 anni, lasciando in eredità al mondo la propria creatività eclettica e una finestra aperta, affacciata sull’ipotesi di mondi inesplorati e verità celate.

E se siamo riusciti a far nascere in voi la curiosità, vi invitiamo a conoscere meglio opere e vita di un grande artista che ha calcato la terra della Versilia, ne ha respirato l’aria, sorseggiato le acque ma, soprattutto, ne ha scrutato i cieli.

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Dall’assassinio della lucciola Margherita Fuloni alla scomparsa di Cinzia Bernardo dopo una notte di svago alla Bussola

Di Francesca Navari

‘Cold case’ versiliesi che tratteggiano un territorio che non ha risparmiato episodi noir. Omicidi rimasti irrisolti e oggi ormai carteggio datato di episodi di sangue che, purtroppo, non troveranno colpevoli.
Il primo giallo è del 12 luglio 1984 quando Rolando Andreani, dipendente dell’Arsenale della Spezia, viene ucciso nella pineta di Levante con un colpo di fucile al petto. La pista del delitto passionale porta in manette un giovane versiliese che, rinviato a giudizio, viene assolto nei tre gradi di giudizio.

Delitto

foto umicini DELITTO ANDREANI 1984

E finisce anche nel nulla il delitto di don Pilade Nicoletti, il parroco della frazione di Ponterosso a Pietrasanta: è l’ottobre 1985, quando la Versilia piomba nel dolore e nell’angoscia per l’uccisione del sacerdote, freddato da due colpi di pistola. Gli assassini picchiano a sangue anche un giovane che si trovava in parrocchia al momento del delitto. Indagini a 360 gradi, un ragazzo indagato per favoreggiamento, ma poi nessun colpevole.

RAPINE CON DELITTO

Un furto che diventa rapina con delitto: è quello che costa la vita ad Alma Giudici, maestra in pensione di 95 anni, contro cui si abbatte la furia cieca di almeno due persone che vogliono convincerla con la forza a rivelare dove nasconde soldi e denaro (che non ha). Ridotta in fin di vita, morirà - è la fine marzo 1988 - dopo due giorni. E sempre una furia omicida contro gli anziani si manifesta la vigilia di Capodanno del 1990 nella frazione collinare di Metato (Camaiore) dove ignoti - anche qui, come per Forte dei Marmi, nessun colpevole - uccidono e picchiano a morte due anziane sorelle non sposate, Elena e Fernanda Moriconi, vittime di una vera e propria 'arancia meccanica'. I banditi volevano impossessarsi del loro piccolo tesoro, custodito gelosamente (un libretto postale con 30 milioni di vecchie lire) nel sottofondo di un piccolo tino. Pochi giorni prima del brutale delitto, le due donne avevano incassato la loro pensione all’ufficio postale di Camaiore: gli inquirenti partirono da questo ‘contatto’ col capoluogo per trovare il bandolo della matassa del delitto. Invano.

UNA SCARPA MISTERIOSA 

È rimasto senza colpevole anche l’omicidio di Pietro Arena, trovato agonizzante sul viale dei Tigli il 10 giugno 1991, di fronte ad uno dei chioschi che l’uomo sorvegliava per arrotondare la pensione: l’ipotesi sulla quale gli inquirenti hanno lavorato a lungo è che Arena abbia scoperto qualcuno mentre stava compiendo un furto.

foto umicini VIAREGGIO GIUGNO 1991 DELITTO ARENA

E che costui abbia reagito impugnando un martello con il quale ha colpito il pensionato alla testa. Proprio uno sconosciuto allertò l'ambulanza («c’è un uomo ferito sul viale dei Tigli») per poi fuggire. Le tracce sulle quali lavorano gli inquirenti sono gocce di sangue che il ladro ha lasciato nel chiosco, visto che si è ferito spaccando un vetro. Polizia e carabinieri convergono su un nome, partendo da filoni investigativi diversi. Ma mancano le prove. E il delitto rimane senza colpevole. Singolare il fatto che sul terreno venga trovata l’impronta di una scarpa da yacht non in vendita nei negozi locali: chi indossava quelle scarpe e cosa aveva a che fare con il delitto?

UNA LUCCIOLA DI NOME MARGOT

Finisce in archivio dopo qualche mese anche il delitto della lucciola Margherita Fuloni (in arte Margot, ex moglie di Massimo Batini, uno dei rapinatori che a Pietrasanta, negli anni di piombo, uccisero tre agenti di Polizia e ne ferirono altri tre), vittima probabilmente di un cliente: la donna viene trovata moribonda nell'estate del '98 su un camper lungo la Variante Aurelia. In fin di vita, Margherita indica agli inquirenti una possibile pista per arrivare all’omicida. Un 50enne pisano finisce sul registro degli indagati: sottoposto al test del Dna, verrà poi prosciolto nella fase istruttoria.

DA CARMINE PORRINO A CINZIA BERNARDI: LA LISTA DEI MISSING

Tanti anche coloro che sono scomparsi senza lasciare traccia, involontari protagonisti di atti di violenza senza risposta.
Era il 14 aprile 1983, quando sparì nel nulla Carmine Porrino, 19 anni, residente al quartiere Varignano a Viareggio.

foto umicini VIAREGGIO SCOMPARSA DI PORRINO

Alcuni testimoni rivelarono agli inquirenti di avere visto il ragazzo caricato a forza su un’auto: Carmine da qualche giorno dormiva in una vecchia Citroen parcheggiata davanti casa. Ma da quel giorno, del ragazzo non se ne è saputo più niente anche se i suoi familiari non si sono mai rassegnati. Per gli inquirenti, Carmine potrebbe essere stato ucciso proprio quello stesso giorno e il corpo fatto sparire: il lago, il padule e la macchia furono i luoghi indicati da telefonate anonime.

A fine aprile 2001 si consumò con un interrogativo la sparizione di Cinzia Bernardo, una giovane donna che per gli inquirenti sarebbe stata uccisa dal suo ex marito Paolo Bertuccelli, dopo avere trascorso con lui una serata di svago alla Bussola.

FOTO UMICINI DONNA SCOMPARSA CINZIA bernardo

Fu la figlia della donna a denunciarne la scomparsa, prima del colpo di scena: dopo un pedinamento, all'arrivo dei carabinieri, il marito si sparò allo stomaco all’interno dell’auto parcheggiata sulla via interna di Valpromaro, nelle Seimiglia camaioresi. Sull’auto di Bertuccelli, i carabinieri del Ris trovarano tracce di sangue dello stesso gruppo sanguigno di Cinzia. Ma il suicidio dell'unico possibile detentore della verità, non ha mai permesso di ritrovare il corpo della donna.

Non si sa più nulla dell’artista argentino Pablo Daniel Babboni (che lavorava in uno studio di Pietrasanta) scomparso nel giugno 2007: anche questo un mistero fitto perché gli inquirenti non sono riusciti a trovare il bandolo della matassa, nonostante il caso sia finito anche a ‘Chi l’ha visto?’. L’unica traccia rimasta, il ritrovamento della sua auto, due mesi e mezzo dopo la scomparsa, nel parcheggio dell’aeroporto di Pisa.

Dal 9 maggio 2009 non si sia più niente di Arent Grega, 24enne albanese, domiciliato a Certaldo. Era diretto al centro commerciale ‘I Gigli’. Viareggio c’entra soltanto perché la sua vettura venne trovata bruciata in una strada periferica della città. Due anni dopo, nel corso di un’altra inchiesta legata al traffico di droga, un confidente della polizia rivela che il ragazzo è stato ucciso e sepolto in un campo vicino al lago di Massaciuccoli. Ma le ricerche non hanno risolto il mistero.

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Giovanni Paoli oggi è un uomo adulto e di professione fa larredatore. Negli anni Settanta era un giovane studente, che trascorreva le serate estive fra il Bar Cervetti, La Bussola e, appunto, Bussoladomani. Non sapeva di essere in mezzo alla storia: scattava foto ai big della musica che si avvicendavano sotto quel tendone. In oltre dieci anni ha messo insieme uno straordinario archivio fotografico, in parte esposto nel corso di una mostra lo scorso anno a Lido di Camaiore. Gli abbiamo chiesto una testimonianza.

Fabrizio De Andrè

Ero poco più che ventenne quando si alzò al cielo la prima tenda di Bussoladomani, nuova sfida del grande Sergio Bernardini. Mi ritrovai con una, poi due macchine fotografiche al collo, sembravo un fotoreporter di quelli veri! Le foto, in cambio, venivano utilizzate dallufficio stampa per il giornalino promozionale e per i quotidiani. Da me, con la pellicola b/n a metraggio, realizzavo i rullini, scattavo le foto, le sviluppavo e stampavo le immagini più adatte nel torpore della classica luce rossa.

Ricordo bene Renato Zero: una volta ci fu una serata con Cocciante (dico: Zero e Cocciante nella stessa sera). Ebbene, Riccardo fece una seconda parte da urlo, col pubblico che in maggioranza era di Renato. Fu allora che Renatino capì che era meglio inventarsi qualcosa, e salì sul palco a cantare alcuni pezzi seduto al piano con Coccianteuno spettacolo!

Sergio Bernardini e Fred Bongusto

Mina invece era molto riservata, quando era in Versilia trascorreva pomeriggi a fare le prove per mettere tutto a punto. Incuteva grande rispetto. La ricordo nei camerini, in attesa di salire sul palco: aveva un piatto di tramezzini e una bottiglia di whisky, mangiava e sorseggiava. Pensavo: adesso come fa a cantare? Invece poi tutte le sere la performance era perfetta.

Nella categoria matti da legarericordo lo spettacolo di Grace Jones, con coreografie attualissime anche oggi. Una sera entrò in platea, si avvicinò ad un traliccio di sostegno del teatrotenda e cominciò a salire, vestita da leopardo, per una decina di metri, sempre col microfono in mano: fu il delirio collettivo!

Barry White, grandissima voce del momento. Ma non era molto chiaro cosa avrebbe potuto fare in termini di pubblico. La serata fu un successo clamoroso, allora la mattina dopo fummo tutti sguinzagliati per la Versilia, con megafoni e auto scoperte, per pubblicizzare il famoso bis.

Ginger Rogers alla Bussola

Bernardini era un “animale” estremamente sensibile che sapeva fiutare laria come pochi. A mio avviso però non era un attentissimo conoscitore del mondo dello spettacolo, ma da vero impresario sopperiva a questa carenza contornandosi di figure esperte e da manager di livello internazionale.

Testo e foto di Giovanni Paoli

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A Maggiano, psicofarmaci di nuova generazione e musicoterapia per curare i malati psichici furono utilizzati ben prima dell'introduzione della legge Basaglia che nel 1978 chiudeva i manicomi. 

Questa bella storia, scritta a quattro mani da Enrico Marchi e Marco Amerigo Innocenti, rivive in una pubblicazione di Maria Pacini Fazzi nell’ambito della collana “Quaderni della Fondazione Mario Tobino – Studi e Ricerche” che sarà presentata venerdì primo settembre alle 18 nella sala Pieraccini del Palazzo delle Muse di Viareggio.

Delia Scala madrina d'eccezione al festival di Maggiano

C’è stato un Festival della Canzone, in Lucchesia, seguito per sei anni, dal 1964 al 1969, da un pubblico più ampio - fino a tremila persone - di quello del Teatro Ariston di Sanremo.

A scrivere le canzoni, cantare e suonare sul palco erano i degenti dello psichiatrico di Maggiano (l’ospedale di Mario Tobino, riferimento per i malati di mente anche dei Viareggio e della Versilia per i quali esisteva un apposito reparto) aiutati e coordinati da alcuni operatori della struttura.

Psicofarmaci e musicoterapia, Maggiano curava così i suoi malati

Nel tempo la memoria si è persa, ma i meno giovani ricordano il successo di quella manifestazione (di cui più volte era stata madrina Delia Scala) che trovava grande spazio sui giornali locali e nazionale e attirava l’attenzione della Rai per documentare lo straordinario, benefico effetto della ludo e musicoterapia sui malati.

Documenti, immagini, filmati, audio e testimonianze ritrovate e raccolte nel libro “Leggera Cura - Quando Maggiano cantava” scritto dallo psichiatra Enrico Marchi, già dirigente del settore nella Asl, e dal giornalista-scrittore Marco Amerigo Innocenti.

Il lettore trova nel testo i QRCode attraverso i quali ascoltare e vedere con immediatezza le canzoni eseguite dai pazienti e le immagini della presentazione e dello svolgimento del Festival, al quale partecipavano anche le delegazioni di degenti di altri 14 ospedali psichiatrici, arrivati da tutta Italia.

A Viareggio, nel palazzo delle Muse, la presentazione del libro

La pubblicazione, a cura della casa editrice Maria Pacini Fazzi nell’ambito della collana “Quaderni della Fondazione Mario Tobino – Studi e Ricerche”, con prefazione della presidente Isabella Tobino, sarà presentata venerdì primo settembre alle 18 nella sala Pieraccini del Palazzo delle Muse.

Per gli intervenuti seguirà una visita gratuita alla mostra dedicata a D’Annunzio.

A Maggiano psicofarmaci di nuova generazione e musicoterapia per migliorare la cura dei pazienti nell'ospedale psichiatrico di Maggiano erano quindi prassi già 15 anni prima della legge del 1978 che chiudeva i manicomi. Terapie innovative e grande umanità per dimettere molti malati e permettere loro di girare liberi. La “settimana della cultura” che si teneva ogni anno nello psichiatrico reso famoso, oltre che dalle cure, anche dalle opere letterarie di Tobino prevedeva convegni e giornate di studio sulla malattia mentale. 

Ma il clou era il “Festival” che per buona parte dell’anno teneva attivi, partecipi e impegnati tanti degenti e parecchi operatori dell’ospedale psichiatrico.

Pietrasanta centro di arte e cultura tra storia e leggende

Di Katia Corfini

 

La leggenda del campanile

C’è un luogo nel cuore della Piccola Atene che lascia senza fiato. Passeggiando nel centro storico di Pietrasanta ci troviamo di fronte alla straordinaria visione del campanile del Duomo, con una pianta a base quadrata e mattoni a vista, anche se il progetto originario prevedeva un rivestimento in marmo, mai completato.

Ed è qui che sono racchiuse le origini di questa unica città d’arte. Il campanile si eleva fino a trentasei metri di altezza stagliandosi nel cielo versiliese. La sua realizzazione è frutto di una geniale sapienza costruttiva che cela un’invenzione architettonica di straordinaria complessità geometrica. Affacciandosi al suo interno restiamo incantati con la testa all’insù ad ammirare la grandiosa scala elicoidale autoportante, anch’essa in mattoni, che sale fino alla cella campanaria con tre avvitamenti ed un centinaio di gradini. La canna vuota del vano scala riproduce una colonna d’aria che ricalca le dimensioni della Colonna Traiana dei Fori Imperiali. Un incredibile riutilizzo dell’arte edificatoria dell’antica Roma.

Scala elicoidale campanile di Pietrasanta

Scala elicoidale campanile di Pietrasanta

Approfonditi studi attribuirebbero al grande Michelangelo Buonarroti la paternità di questa opera e non al suo assistente Donato Benti. Dal libro più antico del saldi dell’Opera si evince che il 13 luglio 1519 il campanile fu completato. Nessuno era esperto di marmi, in quell’inizio di Cinquecento più di Buonarroti. Michelangelo difatti soggiornò a Pietrasanta tra il 1516 ed il 1520 per l’apertura delle locali cave in concorrenza con il millenario bacino marmifero di Carrara sotto il pontificato di papa Leone X figlio di Lorenzo il Magnifico Medici. A testimonianza dell’annessione fiorentina a pochi passi dal campanile troviamo la fonte e la statua raffigurante il “Marzocco”, il leone simbolo della Repubblica di Firenze.

Pietrasanta, l’origine di un nome

Spiegare con poche parole la storia, la bellezza e l’energia racchiuse in Pietrasanta è impresa ardua. Ma partiamo dal suo nome. In realtà non vi si nasconde una pietra particolare. Questa deliziosa cittadina trae origine dal suo fondatore, il nobile Messer Guiscardo da Pietrasanta. Sicuramente le ha portato fortuna perché ha santificato molte “pietre” che adornano dimore e piazze in tutto il mondo. Pietre, sapientemente lavorate e scolpite da artisti di fama internazionale.

Centro storico di Pietrasanta

Messer Guiscardo, appartenente ad una famiglia aristocratica milanese, viene catturato nel 1247 insieme agli zii, da armati genovesi a Porto Venere. Scambiato con prigionieri Genovesi rientra a Milano. Seguono una serie di incarichi come Podestà in varie città, ma è quando fu inviato a Lucca che, grazie a lui, nel 1255, nasce Pietrasanta.

Il centro storico oggi, un museo a cielo aperto

Pietrasanta possiede la più alta concentrazione di spazi espositivi non solo d’Italia, ma del mondo. Tantissimi gli artisti, impossibile elencarli tutti.
Avvicinandoci al centro abitato si comincia a percepire il forte legame che l’antico borgo ha con la sua storia, ma soprattutto è facile capire perché Pietrasanta sia considerata la città della cultura all’aria aperta. Entriamo in piazza del Duomo varcando l’arco di Porta a Pisa, attiguo alla Rocchetta Arrighina del 1324. Ci sediamo in uno dei caratteristici bar storici della piazza, percepiamo la città che vive, ascoltando voci gioiose. Ci lasciamo abbagliare dal candore del bianco Duomo che risale alla metà del 200. Mentre ci sentiamo osservati dalla Statua di Leopoldo II, Granduca di Toscana, poco più in là c’è il teatro sotto i giardini della Lumaca. Ci giriamo ancora e a pochi passi vediamo il Palazzo Moroni, sede del Museo Archeologico versiliese.

Pietrasanta

La Chiesa di Sant’Agostino, poco distante, risale al XIV secolo. Il suo spazio interno è utilizzato per mostre temporanee essendo sospesa al culto. Lo sguardo va all’opera in bronzo che ne cambia la facciata “L’annunciazione” donata dallo scultore Igor Mitoraji. Dalla Chiesa di Sant’Agostino si accede al chiostro, con il suo Museo dei Bozzetti. 700 bozzetti di sculture di oltre 350 artisti che hanno scelto la piccola Atene per la realizzazione delle proprie opere.
Ideale prosecuzione all'aperto del Museo dei Bozzetti è il “Parco Internazionale della Scultura Contemporanea”. Un vero e proprio museo a cielo aperto che valorizza il paesaggio urbano. Composto da circa ottanta opere che dal centro della città si estende fino alla sua Marina e le sue frazioni di Strettoia, Vallecchia e Capezzano Monte forgiando il legame che gli artisti hanno da sempre con la città.
Lasciamo il centro con un forte desiderio di tornarci. Salutiamo il “ Il Guerriero” in bronzo, l’opera dell’artista Fernando Botero. C’è poi la sensazione che dietro l’angolo del campanile la storia ci osservi, chissà che sia lo sguardo di Leonardo o di Michelangelo. Fatto sta che tutto diviene familiare. A tutti voi benvenuti nella città dell’arte dove ogni sogno è possibile scolpirlo nel marmo, nel bronzo e soprattutto nel cuore.

Testi ed immagini tratti dall'archivio storico di Katia Corfini residente del luogo 

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L’anima della Mora ci sorride ancora e veglia su uno dei simboli del Forte

di Katia Corfini

 

Oggi Forte dei Marmi è considerata tra le mete turistiche più gettonate. Tante le sue peculiarità, ma per capire perché oggi sia un fiore all’occhiello della Versilia si deve fare un tuffo nel passato. E così, chiudendo gli occhi, vi invitiamo a salire sulla nostra macchina del tempo. C’è stato un periodo in cui le terre della costa versiliese erano paludose. La storia è simile alle altre località, ma al Forte c’era un elemento in più per differenziarsi. Una forte energia che risiede ancora oggi all’ombra di “un’opera” in ferro.

La Mancina

L’ombra che vide migliaia di anime semplici adoperarsi alla fondazione di questa cittadina è quella dei lavoratori del marmo e del mare con le loro famiglie. Fu il sudore e la fatica di questi lavoratori a decretarne il successo ma anche il luogo dove tutto questo avvenne. La sua posizione strategica infatti, grazie all’accesso al mare, permetteva la movimentazione del marmo e lo sviluppo delle vicine cave.
Chiunque arrivi a Forte dei Marmi troverà istintivo fare una passeggiata sul pontile e nei pressi noterà un monumento dedicato ai lavoratori locali. Formato da un basamento di marmo su cui è poggiata “La Mancina” (si chiamava così proprio perché si muoveva solo verso sinistra, una gru che ha stivato blocchi di marmo dal 1877 al 1943). Dopo 66 anni di onorato servizio sui binari del pontile, non fu la furia delle onde a gettarla in mare, ma la follia della guerra.
Oggi la gru non è solo ferro corroso dal sale, ma un monumento al lavoro che ha contribuito alla crescita del Forte. E così, per volere dei versiliesi, nel Maggio del 1995 la Mancina è tornata a risplendere sotto il sole. Nella base in marmo che la supporta si possono trovare le incisioni che raffigurano le attività di quel tempo.

Il pontile di Forte dei Marmi, opera vitale per l'economia del territorio

Nel 1800 le merci venivano trasportate su carri trainati da buoi fino alla spiaggia e qui caricate su velieri per mezzo di chiatte o trainando in secca i bastimenti con gli stessi buoi. Per facilitare le attività di carico fu progettato, da Giovanni Costantini, il pontile che venne realizzato tra il 1876 e il 1877.

Pontile del Forte la Mora archivio Katia Corfini

Originariamente aveva una lunghezza di 250 metri, ed era sorretto da una struttura di 216 piloni in legno di pino. Alla sua estremità fu collocata una potente gru di sollevamento con la capacità di oltre 20 tonnellate, la Mancina appunto. Nel 1932, il pontile, venne ampliato arrivando a 290 metri.
Non tutti sanno che Forte dei Marmi era una località del Comune di Pietrasanta. Lo testimonia la fontana di Piazza Garibaldi, eretta nel 1900, che ne riporta l’emblema. Ben visibile è la seguente iscrizione: “Il Municipio di Pietrasanta, Puliti e Frullani Sindaci, volle, compiendo il Progetto Andreotti, arricchire il Forte dei Marmi d’acqua abbondante e salubre”. Forte dal 1914 è divenuto comune autonomo.

Il pontile oggi, ovvero il pontile “Medaglie d’oro”

I lavori per il nuovo pontile iniziarono nel 1955 e si conclusero il 18 Maggio 1958. Oggi il suo nuovo nome è Pontile Medaglie D’Oro riferendosi a quelle di lunga navigazione dei comandanti dei mercantili.
Il Forte senza il pontile è come un porto senza il suo faro. Da lì è possibile spaziare lo sguardo dal mare alle Alpi Apuane. Basta una breve passeggiata per essere travolti dalla sua storia e sentire emergere, tra le ali del vento e gli spruzzi di salsedine, le voci del suo passato.

Pontile del Forte la Mora archivio Katia Corfini

Come un eco lontano riappare il volto gentile della “Mora”. Era la moglie del comandante del bastimento, seduta all’ombra della grande Mancina che con il suo sguardo ci sorride come nelle foto arrivate fino a noi. Quegli occhi si susseguono dal secolo scorso fino ad oggi e, come per incarnazione, sembrano avere sempre lo stesso sguardo.
Rieccola, è lei, stavolta entra nel caffè più frequentato dove il barista le prepara da bere.
Chissà se l’anima della bella Mora alberga ancora su quel pontile.
Forse chiudendo gli occhi, sotto l’ombra dell’antica Mancina, riuscirete a sentire il muggito dei buoi e le voci che i lavoratori del marmo e del mare portano con sé. Perché sono ancora li, non se ne sono mai andate e mai ci lasceranno. Ecco che, davanti alla Mancina o sul pontile, il rumore dei ricordi diviene importante e lo sguardo della Mora ci racconta molto più di suoni, muggiti e voci.
Ma questa è un’altra storia e ve la racconteremo la prossima volta.

Foto e immagini tratte dall'archivio storico di Katia Corfini 

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Mercoledì 7 giugno alle ore 18.00 sarà presentato a Villa Bertelli di Forte dei Marmi, il sesto volume della fortunata serie “CARI VALOROSI RAGAZZI. VOL. VI. La Versilia nei suoi abitanti: dal buio della guerra a una pace illuminata nell'arte", di Iacopo Porta, Anselmo Santucci, Andrea Quadrelli, Renato Giannaccini, Marco Da Prato &AA.VV. edizioni Sarasota.
Gli stessi autori che hanno firmato i precedenti libri, si sono avvalsi questa volta anche della collaborazione dello scrittore Marco Da Prato, autore di vari romanzi. Il filo conduttore voluto dagli autori è sempre lo stesso: togliere dall’oblio chi ha combattuto nelle due guerre, e mettere in rilievo personalità che hanno reso famosa la nostra terra. Il libro infatti si divide in due parti: nella prima sono ricordati giovani militari, alcuni anche caduti al fronte, e nel secondo capitolo si parla di personaggi che vanno da poeti come Enrico Pea, allo scultore professor Ugo Guidi autore di pregevoli opere, a cantanti come Andrea Bocelli, a calciatori Fortemarmini come Taiti e Barberi, che hanno calcato campi anche della serie A, agli attori Renato Salvatori, Graziella Granata ed altri ancora più o meno noti. La loro arte sia a monito affinché non vi siano più guerre, che non portano da nessuna parte, ma solo lutti e tragedie nelle famiglie.
Alla presentazione saranno presenti gli autori e l'evento sarà moderato dalla giornalista Isotta Boccassini, direttore del nostro giornale.

Le origini semplici di un piccolo villaggio di pescatori diventato meta del turismo internazionale

di Katia Corfini

Non tutti conoscono le origini del nome della famosa cittadina turistica Tonfano, centro principale delle quattro frazioni che formano Marina di Pietrasanta insieme a Fiumetto, Motrone e Focette.

Inizia così, come in un libro di favole, la storia che vi stiamo per narrare. C’era una volta un magnifico villaggio incastonato tra la bianca cornice delle Alpi Apuane e una costa dove antichi velieri facevano capolino all’orizzonte. Quelle navi inducevano lo sguardo ad assaporare il calore del sole fino al suo ultimo raggio ammaliando lo spettatore.

Tonfano meta indiscussa dei vacanzieri di tutto lo stivale, apprezzata anche a livello internazionale, deve la sua fama ai suoi avi, alle persone che hanno reso questa terra, un tempo regno di paludi e zanzare, un luogo bellissimo in cui vivere.

A Tonfano vivono ancora molti residenti che tramandano i ricordi dei propri avi di generazione in generazione. Perché senza storia un paese non ha ricordi ma soprattutto non possiede un’anima. E qua, a Tonfano, l’anima è molto forte.

Ma torniamo alla nostra storia. Un tempo in questi luoghi scorreva un fiume e, una leggenda, racconta la storia della persona che interrò l’ultimo tratto del corso d’acqua chiamato Tonfalo. Quella persona, alla fine dei lavori di interro, scomparve. C’è chi dice che fosse il progettista e chi invece narra di un semplice manovale. Ancora oggi, alcuni abitanti, cercano il suo nome nascosto in qualche cassetto di ricordi.

I FOSSI E LE ORIGINI

C’era una volta Tonfalo (si chiamava proprio così), un paese in cui i ragazzi aiutavano i genitori tra le faccende di casa ed il lavoro dei padri, dei nonni, degli zii, dei vicini di casa, di tutta la comunità. Nel tempo libero giocavano spensierati, mangiavano pan bagnato spolverato di zucchero a merenda, raccoglievano ossi di seppia e quadrifogli e facevano volare le “pavie” attaccate al filo per poi liberarle illese. Passavano il tempo tra un fosso e l’altro cercandone i suoi abitanti: ranocchi, salamandre, libellule e girini.

Il nome Tonfalo ha origini longobarde e proviene da “tumpfilo”: specchio d’acqua che indica un tratto di fiume dove l’acqua a causa di una buca è più profonda.

Si narra che in alcuni tratti del fiume, come ad esempio nella zona del ponte, i ragazzi si tuffassero addirittura in oltre tredici metri di profondità.

Non a caso sempre dal longobardo il “tumpf”, tonfo, è un vocabolo onomatopeico che indica un rumore cupo e sordo, qualcosa che si abbatte con una certa pesantezza specialmente nell’acqua.

UN SALTO NEL PASSATO

È bene ricordare le origini semplici del piccolo villaggio di pescatori per capire la grande forza dei suoi antichi abitanti e il grande valore di queste terre nonostante, già nel 1800, iniziassero a vedersi le prime trasformazioni dei suoi terreni.

I proprietari infatti bonificano le paludi costruendo ville e case per le vacanze, dei più benestanti si nota Villa Battelli e Villa Rebua, di cui parleremo tra poco. Va ricordato che la prima bonifica della “Marina” che era un susseguirsi di fiumi e fossi che andavano verso mare, parte già nel XVI°secolo per volere di Cosimo I de’Medici sebbene fino al XIX° secolo quasi tutta la zona fosse ancora paludosa.

È a cavallo delle due guerre che inizia il primo interramento del fiume. Negli anni ‘30 avviene la prima “tombatura” con un intervento in prossimità della foce per poi superare all’attuale Piazza XXIV Maggio fino all’Ufficio Postale. Poi con la seconda guerra mondiale i soldati americani che si erano stabiliti nelle ville principali, tra cui la Rebua e Battelli, avendo bisogno di una zona in cui far decollare ed atterrare piccoli aerei da ricognizione sulla “Linea Gotica”, interrarono la foce completamente. Fu poi distrutto anche il ponte che collegava via Versilia al Viale Carducci.

Il fiume Tonfalo era alimentato da Nord dalle sorgive di Vaiana provenienti dalla località di Caranna a Forte dei Marmi. Da lì proseguiva il suo corso parallelamente all’attuale Fiumetto arrivando a sud dove si trova l’attuale Via Tonfano, fino ad arrivare alla sua foce in prossimità dell’attuale pontile. Del fosso che ne restava vi è traccia fino agli anni settanta in prossimità delle scuole. La tombatura è proseguita con la realizzazione della zona 167. Di quel che resta del Tonfalo troviamo ancora traccia in Via Colombo costeggiando il Campo Sportivo fino ad arrivare in Versiliana e, alle “polle di Vaiana”, c’è chi ricorda ancora quel periodo sciagurato in cui gli scarti del marmo, la famigerata “marmettola”, fu scaricata direttamente nei fossi rimasti riempiendoli definitivamente. Oggi molti auspicano che siano valorizzate alcune aree verdi con la realizzazione di una zona parco per riportare alla luce gli antichi resti del ponte.

*testi e immagini tratte dall’archivio storico di Katia Corfini residente del luogo

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di Ilaria Burgassi e Gioele Poli

Non ricordo la prima volta che vidi Pietrasanta, forse non ricordo nemmeno l’ultima volta che ho passeggiato per le sue stradine. Una città che ti entra dentro, mescolando sapientemente le fotografie che puoi avere di lei e dando vita a un ritratto dalle mille sfaccettature.

Passeggiando per le viuzze alla scoperta di suoni e colori

Pietrasanta è un suono, quello dei passi che nelle sere d’inverno rimbombano ritmicamente per le strette vie silenziose. Ma è anche il suono dei suoi caffè e ristoranti illuminati, da cui in estate provengono musica e risate, delle tazzine la mattina nei bar che si affacciano su Piazza Duomo, è il chiacchiericcio dei commercianti che si preparano ad aprire le serrande dei loro negozi.

Se chiudo gli occhi, Pietrasanta diventa anche colori. Il rosso inconfondibile della torre campanaria, unica nota a sorpresa in una piazza dove il bianco del marmo la fa da padrone. Il verde nascosto nel chiostro adiacente al Museo dei Bozzetti, da cui si accede passando attraverso la chiesa sconsacrata di Sant’Agostino, ma anche il grigio e il marrone della pietra che caratterizza le case e le strette vie dove è bello perdersi girando senza meta.

Pietrasanta, con i suoi ristorantini e i suoi locali, è il luogo dove senti il bisogno di rifugiarti nelle serate estive, quando il sole della costa si è fatto troppo caldo. Ma è anche il luogo dove andare quando si ha il bisogno di immergersi nell’arte: ogni angolo nasconde una galleria in cui ogni artista, anche quello meno conosciuto, può raccontare sé stesso perché qui è così, ognuno trova il suo spazio in una città che sa sempre cambiare faccia.

Lo capisci dalla Piazza, sempre pronta ad accogliere i modi di esprimersi più vari passando da installazioni irriverenti a sculture quasi classiche. Lo afferri quando entri in un negozio di antiquariato e ti accorgi che dentro nasconde una libreria fornitissima o quando dopo uno shopping compulsivo tra le boutique di Via di Mezzo ti imbatti in botteghe che sembrano rimaste ferme nel tempo ma che ancora oggi hanno un fascino irresistibile.

La Sala del Coniglio, luogo magico e poco conosciuto

Quando sei qui capisci perché i suoi abitanti la chiamano, quasi scherzosamente, la piccola Atene: a Pietrasanta c’è un mondo fatto di arte e storia, con un racconto che urla silenziosamente per essere tramandato e che si nasconde dietro ogni portone del centro. Accanto agli edifici più noti e ammirati dalla maggior parte di coloro che transitano per la città, sempre partendo dalla Piazza del Duomo, in angolo con via del Marzocco e vicino a Palazzo Carli, si trova una particolare sala detta “del coniglio”, uno dei luoghi più antichi ma meno conosciuti, riconoscibile dal caratteristico citofono che raffigura, appunto, un coniglio.

Il citofono del palazzo con la figura del coniglio

La leggenda narra che il nome ormai familiarmente usato di Palazzo del Coniglio, abbia origine da un fatto curioso accaduto durante uno dei numerosi balli in maschera che la famiglia dei conti Tomei Albiani, nobili proprietari dell’edificio e discendenti degli antichi feudatari che governavano la Versilia, erano soliti dare. Un intraprendente coniglio bianco, probabilmente salito dalle scuderie approfittando di una porta lasciata incautamente aperta, salì al piano superiore tra il diletto e lo stupore degli ospiti. Ancora oggi il coniglio si trova nella sala da ballo, pronto ad accogliere i suoi visitatori e a fare da guardiano ai cimeli e agli album di famiglia che ancora contiene.

La sala conserva infatti ancora oggi antichi dipinti, arredi dell’epoca, corone longobarde e abiti settecenteschi, a testimonianza delle origini della famiglia più antica della Versilia.

Quando la principessa russa perse la testa per l'avvocato Pilli

Tra i vari proprietari che negli anni si susseguirono, figura anche un’eccentrica principessa russa, Gabriella Kourtsch De Sotova Sevrouk, che, nella prima metà del Novecento, si innamorò ricambiata dell’avvocato Nello Pilli, discendente della famiglia Tomei. Gabriella divorziò dall’allora marito, cosa già fuori dagli schemi per l’epoca, visse fino a 103 anni in Versilia e fu anche una delle prime donne, intorno al 1910, a farsi vedere in costume sulla spiaggia.

L’ultimo proprietario di Palazzo del Coniglio decise nel 1977 di mettere in vendita l’intero edificio, ricavandone degli appartamenti, uno dei quali, proprio quello del salone delle feste, venne acquistato da Marcello Chiappa, ultimo erede della famiglia Tomei Albiani Carli con l’intenzione di preservarlo. Alla morte, per suo testamento, il palazzo è divenuto proprietà del comune di Pietrasanta e viene aperto al pubblico ogni anno, in occasione della festa di S. Biagio. Con tanto di coniglio bianco, pronto ad accogliere nuovamente i visitatori!

@gliamicidellaversilia

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l Monumento ossario di Sant’Anna di Stazzema fa da sfondo alla fucilazione dei patrioti spagnoli del 1808, e all’immagine della distruzione della guerra in Ucraina, rappresentata dallo sguardo smarrito di un cane che veglia il padrone morto. Il colore rosso – rosso sangue – domina invece la scena.

DA SANT'ANNA DI STAZZEMA A BUCHA

È il quadro “Da Sant’Anna di Stazzema a Bucha”, uno dei 23 dipinti realizzati dall’artista versiliese Carlo Carli e che compongono la mostra “Da Sant’Anna di Stazzema a Bucha. L’umanità attraversa le intemperie”. Verrà inaugurata venerdì 15 luglio alle ore 18 alla Fabbrica dei diritti, nel Parco nazionale della Pace. E rimarrà esposta fino al 15 agosto. È stata l’Associazione Martiri di Sant’Anna a chiedere a Carli (che ha accolto con piacere) di replicare proprio a Stazzema, nel luogo della strage del 12 agosto 1944, la mostra che, tra la fine di aprile ed i primi di maggio, si è tenuta all’ Archivio di Stato di Venezia. Uno sguardo attento ai fatti di cronaca attualissimi ma anche un grido “munchiano” di disperazione e ribellione sia alla guerra, come nel trittico dedicato al conflitto fratricida in Ucraina, che ad altri gravi problemi (le intemperie) che affliggono il mondo come la pandemia o la siccità.

UCRAINA INNOCENZA COLPITA

Si tratta di 23 dipinti di cui 17 opere realizzate su tela, con una tecnica mista che comprende il digitale, la grafica, pastelli a cera, e 6 disegni creati con grafica e pastelli. È un’arte che diventa mezzo politico e pedagogico contro i regimi, quella che Carli esprime in questa esposizione. Un impegno civile teso a sensibilizzare le coscienze con l’immediatezza del messaggio che provocano le sue opere. Coinvolgente è la visione d’insieme grazie all’uso della fotografia digitale, la grafica ed il successivo intervento pittorico. «Per molti anni – commenta l’onorevole Carlo Carli - mi sono occupato delle stragi nazifasciste ed in particolare di quella di Sant'Anna di Stazzema e aver visto dalle immagini e dei servizi giornalistici dall'Ucraina dove persone inermi, chiuse nelle loro case o impegnate nei lavori domestici e quotidiani, lontane dagli obiettivi militari sono divenute vittime in quanto "Strumenti di guerra", per provocare orrore e terrore nella popolazione civile, ho pensato immediatamente a quanto accaduto nell'ultima guerra mondiale ed in particolare a ridosso della Linea Gotica come Sant'Anna di Stazzema. Vedere questo orrore ho sentito con forza la necessità di tradurre in immagini questo mio immenso dolore e commozione». La mostra è stata curata da Claudia Baldi, e ha ottenuto il patrocinio oltre che del Comune di Stazzema, dell’istituzione Parco nazionale della Pace, e dell’Associazione Martiri di Sant’Anna, anche del Ministero dei beni culturali, della Camera dei deputati, la Regione Toscana e la presidenza del consiglio della Regione Toscana.

«Abbiamo chiesto di poter esporre questa mostra nel Parco nazionale della Pace – spiega il presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna Umberto Mancini - perché ci hanno colpito alcuni aspetti delle opere di Carli, soprattutto il richiamo al collegamento fra i due luoghi defraudati da stragi di civili. Pensiamo quindi che possa essere un ulteriore occasione di riflessioni sulla guerra e la violenza per i visitatori di Sant’Anna, insieme alla visita al Monumento ossario e al Museo storico della resistenza. L’Associazione è sempre stata sensibile all’arte e al suo linguaggio, che tocca con maggior immediatezza le persone».

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