Come i boschi hanno salvato la Versilia

Alla scoperta dell'antico mestiere dei fungaioli
Di Gioele Poli
Mah…te che te ne intendi, dove posso andare a cercare i funghi?”
Se avete mai posto una domanda simile a chi di mestiere fa il fungaiolo, difficilmente vi avrà dato una risposta chiara. Il bosco cela un’infinità di tesori nascosti e, fra tutti, queste preziose muffe sono forse i più conosciuti.
Dovete sapere che l’Alta Versilia ha sempre avuto il suo fulcro nel bosco. Per capire meglio cosa intendiamo dobbiamo tornare indietro nel tempo, negli anni del dopoguerra. Per i versiliesi, durante il secondo conflitto mondiale, il bosco ha rappresentato la salvezza, un luogo in cui fuggire per proteggersi dai nazisti. Oggi torna ad essere inesauribile fonte di sostentamento, luogo da rispettare e curare. I castagneti, con i loro “alberi del pane” sono tenuti ben puliti in modo che i frutti possano essere raccolti facilmente e portati al metato, una costruzione molto semplice in pietra o mattoni utilizzata dalla collettività per essiccare le castagne, quelle stesse castagne che da lì a poco diventeranno farina finissima. Amata dai bambini, che la consideravano alla stregua dei dolci (troppo cari per la maggior parte delle famiglie), la farina di castagne rappresenta il sostentamento primario di chi vive nelle nostre località di montagna. Attualmente di molti metati rimane solo la testimonianza silenziosa di ruderi abbandonati, ricordo di un tempo nei quali i boschi erano più simili a giardini che a selve trascurate.
Eppure, sostando in uno dei tanti bar situati a Stazzema, Molina, Terrinca e altri paesini di montagna, scoprirete che, tra una partita a tressette e una bevuta in compagnia, c’è ancora qualcuno che tiene a cuore le tradizioni del passato e si impegna nel mantenerle vive. Sono personaggi d’altri tempi, usciti da chissà quale fiaba, uomini e donne che vivono in sintonia con il bosco e le sue stagioni: mantengono attivo il proprio metato e macinano ancora la farina di castagne come una volta, si prendono cura dei sentieri tenendoli puliti come aie di cortile, custodendo gelosamente quelle famose vie che portano negli anfratti segreti in cui si celano i funghi. Sui volti di queste persone si legge un po’ di malinconia, forse perché vedono il proprio impegno cadere sempre più nell’oblio dell’indifferenza o, forse, per la delusione di una pubblica amministrazione poco collaborativa che ha scordato chi lotta per difendere le proprie radici e tradizioni.
Guardando i loro occhi non posso fare a meno che pensare a mio Nonno e alla sua storia. Nato in una famiglia in cui le bocche da sfamare erano ben dieci, e soldi per mantenerle pochi, fin da piccolo capì quanto il bosco fosse un’opportunità per non patire la fame. Quando gli chiedo: “Come hai imparato a cercare i funghi?”, la sua non è la risposta che ci si potrebbe aspettare. “Da solo perché avevo fame”. Non ha mai avuto un mentore, qualcuno che gli spiegasse quale fosse velenoso o commestibile, tutto era affidato all’esperienza, poca, rubata ai propri genitori e, molta, fatta direttamente sul campo. Bacche, castagne, funghi: quello il bosco aveva da offrire e per chi, come mio nonno, non poteva fare affidamento su bestiame o campi, erano fra le poche cose che rimanevano. E penso che sia proprio questo il motivo che portò a nascondere con tanta cura le "fungaie", quelle zone del sottobosco così prolifiche la cui collocazione si tramandava in famiglia, di generazione in generazione, come preziosa eredità. Rimango sempre affascinato sentendolo descrivere, questo nostro bosco.
È vero, sono nato in un’epoca in cui il bosco non si vive, difficilmente si visita e ancor meno si cura. Siamo più interessati a percorrere vie lastricate che sentieri scoscesi, ad osservare vetrine sfavillanti  che anfratti verdeggianti nell’ombra. Forse per noi, creature social che veniamo da virtuali mondi high-tech, il bosco appare solo come un ammasso di alberi indefinito ma, se alziamo gli occhi dai nostri schermi e ci fermiamo ad ascoltarne la voce, potremmo renderci conto che ci troviamo dinanzi ad una vera e propria città verde brulicante di vita, che si dischiude a noi, indicandoci vie, luoghi e storie del nostro passato.
Le possibilità che il bosco offre sono molteplici, dalle risorse che custodisce alle infinite opportunità turistiche che potrebbero arricchire la fama già nota della nostra terra. Ma soprattutto è un pezzo di noi, della nostra identità, del nostro DNA collettivo. Se questo autunno avrete la fortuna di sedervi al tavolo di un ristorante e ordinare un succulento piatto di tagliatelle ai funghi o gusterete il celeberrimo ciaccio, preparato con la ricotta, non dimenticate che tutto ciò è possibile solo grazie ai tesori che la nostra terra ci dona e al grande e amorevole impegno dei sapienti custodi del Bosco.
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