Il Palio dei Micci: una Favola Medievale della Versilia

Il palio dei Micci è molto di più di una corsa: è una favola medioevale della Versilia.

Chi avrebbe mai pensato a un miccio per correre un palio? Se pensiamo a questo animale – che altro non è che l’asino, identificato nel dialetto versiliese – difficilmente lo si può ritenere degno di una corsa.

Il miccio testardo e svogliato? 

Basti pensare ai fieri cavalli che sfrecciano in Piazza del Campo durante il celeberrimo Palio di Siena, ammirati e osannati da spettatori provenienti da ogni parte del mondo.

Il nostro miccio sembra rimasto invece intrappolato in un pregiudizio difficile da scalfire: quello dell’animale testardo.

Gran parte del “merito” va a Carlo Collodi, che lo ha trasformato nell’esempio massimo di svogliatezza e ignoranza, associando per sempre l’immagine di un ragazzo che non ha voglia di studiare a quella di un somaro.

Dovete sapere però che noi versiliesi abbiamo saputo guardare oltre un immaginario collettivo così radicato e trasformare il miccio in un vero e proprio protagonista della tradizione del nostro territorio.

Una storia partita nel 1956

Il Palio dei Micci è probabilmente una delle manifestazioni più sentite nel territorio versiliese, nonostante – e a dispetto di quanto si potrebbe pensare – si tratti di una tradizione relativamente recente.

Non vi è infatti alcuna origine storica alla base del Palio dei Micci, se non la volontà di ricalcare il cliché delle rievocazioni medievali e rinascimentali.

Tutto nacque nel marzo del 1956, quando si corse la prima edizione, creata con lo scopo di attirare turisti e affiancarsi alla festa di San Giuseppe a Querceta. A dire il vero, tutto partì come una scommessa: nessuno credeva  davvero in quell’evento.

Eppure, in quel campo di Marzocchino lungo via delle Catene, quando si riunirono le rappresentanze delle contrade che suddividono il territorio della piana quercetana, la manifestazione si svolse con tale successo che da quel momento in poi divenne un appuntamento fisso.

Il Palio era, ed è ancora oggi, l’occasione per tutti di scendere in campo e vestire, per un giorno, i panni della fantasia e della tradizione, rievocando avvenimenti del passato, leggende e usanze popolari.

Ma entriamo nel vivo della manifestazione, spiegando meglio come si svolge, nel caso in cui nessuno di voi lettori vi abbia mai assistito.

Le contrade 

In tutto sono 8: Lucertola, Ponte, Quercia, Pozzo, Leon d’Oro, Ranocchio, Cervia, Madonnina

Ognuna di esse rappresenta una parte ben precisa del territorio e custodisce un forte senso di appartenenza. I colori, gli stemmi e i simboli diventano motivo di orgoglio e identità.

Durante tutto l’anno le contrade lavorano dietro le quinte per preparare al meglio l’evento: si allestiscono scenografie, si confezionano costumi che richiamano un Medioevo immaginato ma sentito come autentico, si organizzano prove e incontri per rafforzare lo spirito di squadra.

Non è affatto raro, infatti, passeggiare nelle aree delle varie contrade nelle settimane che precedono l’evento e imbattersi in cittadini intenti a provare insieme coreografie o marce. Fra questi vi sono gli sbandieratori, che rappresentano davvero un’eccellenza per il nostro territorio.

In totale sono circa duecento e la loro attività è regolamentata dalla Federazione Italiana Sbandieratori.

La loro abilità e precisione li portano a esibirsi non soltanto in occasione del Palio, ma anche nel corso dell’anno in diverse manifestazioni in Italia e all’estero, portando con orgoglio il nome della Versilia oltre i confini regionali.
Ma torniamo al nostro Palio.

Un viaggio nel tempo

La manifestazione, che ormai da tempo si svolge presso lo stadio Buon Riposo, in località Pozzi, si apre con un corteo storico tra tamburi, chiarine e bandiere che sventolano. Dame, cavalieri, armigeri e popolani riportano indietro nel tempo spettatori e visitatori, creando un’atmosfera suggestiva e coinvolgente. È un momento in cui l’intera comunità si ritrova e si riconosce, unita dallo stesso entusiasmo.

Poi arriva il momento più atteso: la corsa. I micci, addobbati con i colori delle rispettive contrade, vengono condotti al campo tra applausi e incitamenti. A differenza dei cavalli del Palio di Siena, non colpiscono per imponenza o velocità, ma per il loro carattere imprevedibile.

Ed è proprio questa imprevedibilità a rendere la gara avvincente e spesso sorprendente.

Non sempre il miccio più veloce è quello che taglia per primo il traguardo: a volte si ferma, altre cambia direzione, altre ancora decide di prendersi il suo tempo, ricordando a tutti che la sua fama di testardo non è del tutto infondata.

Ma è anche questo il bello del Palio dei Micci: una competizione che unisce agonismo e sorriso, rivalità e spirito di festa. Al termine della corsa la contrada vincitrice esulta, solleva il palio e festeggia tra canti e abbracci.

Da somaro a orgoglio della Versilia

Ma, al di là del risultato, ciò che conta davvero è la partecipazione.

Il Palio rappresenta un’occasione di condivisione, un momento in cui le generazioni si incontrano e collaborano, tramandando tradizioni e rafforzando il legame con il territorio. Oggi il Palio rappresenta uno dei più importanti eventi folkloristici della provincia di Lucca e della Toscana, attirando spettatori da ogni dove.

Così il miccio, da animale troppo spesso sottovalutato, diventa simbolo di riscatto e orgoglio versiliese. Una dimostrazione concreta che anche da un’idea nata quasi per gioco può nascere una tradizione capace di durare nel tempo e di entrare nel cuore di un’intera comunità.

E allora non potete fare a meno di viverlo almeno una volta: per sperimentare, anche solo per un giorno, l’esperienza di entrare in una favola medievale fatta di dame, cavalieri… e micci.

Gioele Poli

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